Auschwitz campo di concentramento: Il campo Tra il 1933 e il 1945, la Germania Nazista e i loro alleati crearono più di 40.000 campi di concentramento e altre strutture carcerarie. I campi furono usati per diversi scopi, tra i quali i lavori forzati, la detenzione di chi era considerato nemico dello stato e l’eliminazione di massa dei prigionieri.

Auschwitz fu il campo di concentramento e sterminio più vasto e prolifico della storia del nazional socialismo.

Il complesso fu creato a partire da vecchie costruzioni militari appartenenti all’esercito polacco. I terreni circostanti furono via via espropriati per aumentare la capacità del complesso, che divenne operativo a partire dal 14 giugno 1940. Un anno dopo vantava una superficie di 40 Km2, fra baracche, camere a gas, forni crematori, area destinata ai roghi umani, fattorie modello e aziende di produzione.

All’interno del campo si potevano trovare politici, criminali, emigranti, testimoni di Geova, omosessuali, Rom, e sinti. Costituivano una categoria speciale gli ebrei, indicati con un contrassegno specifico, le donne che avevano una relazione interrazziale, i sospettati di fuga, i polacchi, i cechi, i membri delle forze armate e i prigionieri speciali: nella scala sociale gli ebrei occupavano l’ultimo posto ed erano trattati peggio di tutti.

Sul cancello principale campeggiava la scritta “ARBEIT MACHT FREI”, “il lavoro rende liberi”. La scritta fu voluta dal primo responsabile del campo, Rudolf Hoss, che la fece realizzare a un fabbro dissidente politico polacco, di nome Jan Liwackz, matricola n 1010, che fece saldare, a suo rischio e pericolo, la lettera b al contrario e se si osserva la foto della scritta si nota in effetti qualcosa di strano.

Le atrocità commesse dallo Schutzstaffel, o dalle guardie SS ad Auschwitz, risultano abbastanza documentate. Uomini come Josef Vogel, Gottfried Weise e Herman Wagner, semplici tedeschi che lavoravano come imbianchini e operai prima di unirsi al partito nazista, come guardie delle SS diedero sfogo a tutta la propria depravazione, sadismo e crudeltà.

Solitamente si pensava ai “diavoli nazisti” senza tenere conto di tutte le guardie donne che furono impiegate nei campi di sterminio.

Fra queste c’era Irma Grese, probabilmente la guardia più sadica in assoluto della triste storia dei campi.

AUSCHWITZ

CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AUSCHWITZ E IL SUO SIGNIFICATO

Auschwitz è la denominazione tedesca della città della Polonia meridionale O’swiecim.

Il campo di Auschwitz è un campo di concentramento creato dai Tedeschi nella seconda guerra mondiale scoppiata nel 1939 fino al 1945.

Il campo fu costruito nel giugno del 1940 ed era diviso in tre sezioni su 42 Km2 complessivi: due più grandi, A.I presso il villaggio di Oswsianka, era un campo di sterminio, A.II presso il villaggio di Brzezinka (in tedesco Birkenau), era un campo di eliminazione dotato di camere a gas e di forni crematori e A.III (a Monowice), dove si trovavano una distilleria di benzina e una fabbrica di gomma sintetica ed inoltre integrato da una quantità di campi minori sparsi nei dintorni; specialmente a Birkenau furono uccisi nelle camere a gas, con iniezioni di fenolo,  per fucilazione, per impiccagione o per inedia,  4.000.000 di persone, per la maggior parte ebrei.

Come era composto il campo di Auschwitz?

Il campo di Auschwitz era composto da 3 campi maggiori e di circa 35 sotto campi.

I tre campi principali erano:

AUSCHWITZ 3 BIRKENAU campo costruito a fianco della fabbrica I.G Farben di Buna, dove furono internati Primo Levi, Elie Wiesel e Jan Amèry

COME ERA COMPOSTO IL LAGER DI AUSCHWITZ 1:

CHI ERA L’ARTEFICE ORGANIZZATIVO DELLA SOLUZIONEFINALE ?

Adolf Eichmann nacque nel 1906 nella Germania settentrionale, figlio di Adolf Karl Eichmann e Maria Scheffering. Nel 1914, dopo la morte della madre, la famiglia si trasferì a Linz, in Austria. Durante il primo conflitto mondiale il padre di Adolf Eichmann servì nell’esercito Austro -ungarico e al congedo tornò ai propri affari a Linz.

Eichmann abbandonò la scuola superiore e seguì un corso per meccanico, ma nel 1923 abbandonò il lavoro per lavorare nell’azienda familiare;  dal 1925 al 1927 trovò impiego come agente commerciale presso l’Obhosterreichische Elektrobauga.

Nel 1933 incominciò a partecipare a manifestazioni e raduni di partiti politici che in quegli anni si svolgevano numerosi sia in Germania che in Austria.

Durante una manifestazione del NSDAP (partito nazional socialista), incontrò un vecchio amico di famiglia che lo fece entrare a far parte delle SS.

QUALE FU IL RUOLO DI EICHMANN NELLE SS E QUALE FU IL SUO RUOLO NELLE DEPORTAZIONI?

Ad Eichmann non piaceva essere solo un semplice soldato delle SS ma voleva far carriera e si presentò come esperto di ebraismo e sionismo, quindi nel 1937 si recò in Palestina dove, sotto copertura, visitò la città di Haifa e diversi Kibuz. Questa fu la sua grande occasione nel distinguersi agli occhi dei capi delle SS e dei pezzi grossi del partito nazista  che nel 1938 aveva raggiunto l’apice del potere.

Eichmann nel 1939 diventò il braccio destro dello specialista degli affari ebraici Heydrich e fu mandato a Praga per provvedere all’emigrazione forzata degli ebrei della Cecoslovacchia.

Nel gennaio 1942, con la conferenza di Wannsee, i nazisti decisero di procedere alla soluzione finale e dal marzo 1942, quando i carichi di deportati cominciarono a confluire verso i campi di concentramento di tutta Europa, Eichmann fu il coordinatore e il responsabile della macchina delle deportazioni e colui che provvedeva a organizzare convogli ferroviari che trasportavano i deportati verso Auschwitz.

Eichmann fu dunque fino alla fine della guerra uno dei principali esecutori materiali della shoah, dirigendo le deportazioni sino alla fine del 1944.

Fu padrone della vita e della morte di centinaia di migliaia di persone, ma non divenne mai membro dell’elite nazista e non ebbe mai, con suo grande rammarico, alcun peso  per decisioni strategiche della politica o della guerra nazista, restando un efficiente ma oscuro burocrate, poco apprezzato anche dai suoi superiori e dai suoi commilitoni che gli rimproveravano l’inclinazione all’alcol.

Tuttavia la scarsa notorietà gli permise di far perdere le sue tracce e rimase nascosto cinque anni nelle campagne tedesche, per poi trovare rifugio in Argentina.

QUALI ERANO I TRASPORTI UTILIZZATI PER CONDURRE I PRIGIONIERI AD AUSCHWITZ- BIRKENAU?

Durante la seconda guerra mondiale e all’interno del piano di organizzazione etnica dell’Europa dell’Est, i nazisti usarono sia le linee ferroviarie che altri mezzi per trasferire i gruppi etnici presi di mira e costringerli ad abbandonare i loro territori.

Nel 1941, i leader nazisti decisero poi di realizzare la soluzione finale. Cioè l’uccisione sistematica e in massa dell’intera popolazione ebraica europea.

Le autorità tedesche usarono il sistema ferroviario di tutto il continente per deportare gli ebrei dalle proprie case alle loro varie destinazioni, le quali si trovavano principalmente nell’Europa Orientale.

Una volta incominciato a eliminare metodicamente gli ebrei nei centri di sterminio che avevano creato appositamente, i tedeschi usarono regolarmente i treni per trasferire le loro vittime e nel caso che i treni non fossero disponibili o per distanze troppo brevi, utilizzavano anche i camion e le marce forzate.

I partecipanti alla conferenza di Wannsee calcolarono che “la soluzione finale” avrebbe portato alla deportazione e successiva eliminazione di 11.000.000 di ebrei, compresi quelli che risiedevano nei paesi sotto il controllo della Germania, come ad esempio, Italia, Olanda e Paesi Balcanici.

Deportazioni di queste dimensioni richiedevano la collaborazione di diversi enti statali, tra i quali l’ufficio centrale di sicurezza del reich (RSHA), l’ufficio centrale di polizia, il ministero dei trasporti e quello degli esteri; in particolare la RSHA o SS regionale e gli alti gradi della polizia avevano il compito di organizzare le deportazioni e spesso vi partecipavano direttamente. La polizia invece, spesso con l’aiuto di ausiliari o di altri collaboratori reclutati nei paesi occupati, prima radunavano gli ebrei e poi li deportavano nei campi di sterminio.

I tedeschi, nel tentativo di camuffare le proprie intenzioni, cercarono di presentare le deportazioni come il Re-Assediamento della popolazione ebraica in campi di lavoro all’Est, che in realtà erano centri di sterminio.

I funzionari tedeschi delle ferrovie usarono sia i treni merci che treni passeggeri per le deportazioni, durante le quali generalmente ai prigionieri non veniva dato né acqua né cibo, nemmeno quando i vagoni dovevano sostare per giorni in prossimità dei raccordi ferroviari, in attesa che transitassero altri convogli.

Ammassati all’interno di quei vagoni merci che erano chiusi ermeticamente, i prigionieri soffrivano per il sovraffollamento, per il caldo torrido d’estate e il freddo gelido durante l’inverno.

Ad esclusione di un secchio, non c’erano altri sanitari e l’odore di escrementi e urina si aggiungeva così alle sofferenze e alle umiliazioni già patite dai deportati, molti dei quali morirono ancor prima di raggiungere le loro destinazioni per la mancanza di cibo e acqua.

Guardie e poliziotti armati scortavano i trasporti con l’ordine di sparare a chiunque cercasse di scappare.

IL COMANDANTE DI AUSCHWITZ

Rudolf Hoss fino a sei anni ha vissuto con la famiglia alla periferia di Baden-Baden, era il primogenito con due sorelle.

A sette anni si trasferì vicino a Manheim dove fece diverse amicizie; gli piaceva andare a scuola e suo padre fece voto di avviarlo al sacerdozio e il suo destino era già ben tracciato.

Fu allevato secondo una rigida disciplina militare e religiosa, visto che suo padre era un cattolico fanatico. Il rapporto con i genitori era pieno di stima e comprensione; Hoss non era un bambino affettuoso e non provava nessuna emozione nei confronti dei genitori.

A 13 anni morì il padre improvvisamente e dopo la sua morte, a 14 anni partì come volontario nella croce rossa. Nel 1916, con l’aiuto di un capitano di cavalleria conosciuto in ospedale, riuscì a entrare nello stesso reggimento in cui avevano prestato servizio suo padre e suo nonno e dopo un breve periodo di addestramento fu inviato al fronte all’insaputa di sua madre, che morì nel 1917.

Il conflitto finì, la guerra lo fece maturare molto ed era cambiato sia interiormente sia esteriormente; si era trasformato in un soldato ruvido e deciso e gli venne assegnato il grado di sottoufficiale a soli 17 anni e fu decorato con la croce di ferro di prima classe.

Nel 1918 a soli 18 anni comandava un plotone di cavalleria autonomo. Dopo la guerra Rudolf partì per la Prussia orientale per unirsi a un gruppo di volontari diretti al Baltico per ritornare a fare il soldato. Nel processo di Parchim fu condannato a 10 anni di carcere come istigatore e responsabile principale di un delitto della “feme”.

Dopo il rilascio Hoss entrò in contatto con gli Artamani (una comunità di giovani d’ambo i sessi, patriottici, provenienti dai movimenti giovanili di tutti i partiti di orientamento nazionalistico, che condividevano il desiderio di abbandonare la vita malsana, distruttrice e superficiale della città).

L’appello di Himmler, nel giugno del 1934, esortò tutti a prestare servizio attivo nelle SS e a diventare guardie nei campi di concentramento; Hoss non si soffermò a capire cosa stesse succedendo perché il suo intento era di diventare ancora una volta un soldato e così giunse a Dachau, dove fu di nuovo recluta. Per i suoi servigi Rudolf venne premiato e trasferito ad Auschwitz come organizzatore e in brevissimo tempo avrebbe dovuto trasformare il complesso già esistente in un gruppo di edifici ben conservati.

Fin dall’inizio del 1942 furono i prigionieri polacchi a costituire il contingente principale di Auschwitz, il secondo contingente per numero di componenti era quello dei prigionieri di guerra russi che dovevano costruire il campo di Birkenau.

Per volontà del Reichsfuher delle SS, Auschwitz divenne il più grande centro di sterminio di tutti i tempi. Nell’estate 1941 a Hoss fu impartito l’ordine di allestire Auschwitz come luogo per lo sterminio di massa e fu il sovrintendente alle operazioni di annientamento.

Dice Rudolf Hoss nel libro delle sue memorie “Il comandante” a pagina 43:

“Allora non riflettevo. Non potevo permettermi di giudicare se lo sterminio in massa degli ebrei fosse o meno necessario, non riuscivo a vedere così lontano. Se il Fuhrer in persona aveva ordinato la soluzione finale della questione ebraica, un vecchio nazional socialista, per giunta ufficiale delle SS, non poteva certo mettere in dubbio tale decisione. Il Fuhrer comanda, noi obbediamo. Per noi non era un semplice slogan, non erano parole vuote.”

Il 10 novembre 1943 Hoss fu sostituito come comandante di Auschwitz da Arthur Liebehenschel

I motivi della sostituzione non sono chiari, l’operato di Hoss fu sempre molto apprezzato e in seguito egli venne richiamato ad Auschwitz per supervisionare l’azione contro gli ebrei ungheresi, ma è certo che in quel periodo una commissione d’indagine delle SS, guidata dal giurista Georg Konrad Morgen, stava effettuando un sopralluogo al campo alla ricerca di prove sulle malversazioni che vi avvenivano e che coinvolgevano numerosi ufficiali del lager incluso lo stesso Hoss.

L’8 maggio 1944, Hoss ritornò a Auschwitz per sovrintendere alla Ungarn-Aktion, denominata poi in suo onore Aktion Höß. L’eufemistico termine si riferiva allo sterminio degli ebrei ungheresi, unica comunità ebraica ancora parzialmente risparmiata tra quelle sottoposte direttamente ed indirettamente al dominio nazionalsocialista. Ciò fu possibile anche grazie alla complicità del governo ungherese che dopo l’occupazione tedesca, iniziò ad emanare leggi antisemite e furono molti i filonazisti che andarono al potere.

In questo periodo il complesso di sterminio di Auschwitz II – Birkenau raggiunse il suo massimo potenziale distruttivo con la morte di circa 400.000 vittime in circa tre mesi di «operazioni». Hoss, tornato ad Auschwitz in qualità di Standortältester (comandante anziano del presidio), supervisionò con la solita efficienza l’azione, estromettendo il comandante nominale di Birkenau Josef Kramer che nel corso del processo intentatogli nel dopoguerra si giustificò dicendo che Hoss gli aveva ordinato di non occuparsi delle operazioni di sterminio degli ebrei ungheresi.

I convogli venivano dirottati direttamente nel campo di concentramento di Auschwitz, l’unico centro di sterminio ancora a disposizione nei territori occupati, comodo per l’arrivo dei vagoni ferroviari e nascosto agli occhi del mondo. Dopo una sommaria selezione i prigionieri ungheresi ritenuti sani e forti – chiamati Depot-Häftlinge, detenuti in deposito, venivano alloggiati temporaneamente nel settore BII di Birkenau senza essere segnati nei registri del lager. Alla fine di novembre, ormai nell’ottica della sconfitta tedesca, Himmler diede ordine di distruggere i forni crematori; restò in funzione fino all’ultimo nel lager solamente il Crematorio V.

A Norimberga, Hoss testimoniò nel corso del celebre Processo a favore di Ernst Kaltenbrunner, comandante della Gestapo e superiore diretto di Eichmann, l’organizzatore dell’Olocausto. Con freddezza disarmante rispose alle domande che gli erano poste, discutendo con calma dell’organizzazione del campo di Auschwitz e delle strutture impiegate per portare a termine il compito assegnatogli da Himmler: un compito che egli, in qualità di soldato in tempo di guerra, sosteneva di non poter rifiutare. Simili furono le testimonianze rese nel periodo successivo durante i processi secondari tenuti a Norimberga a carico di Oswald Pohl, capo del WVHA, e delle industrie I.G. Farben, produttrici dello Zyklon B.

Quale effetto ebbe la prigionia sugli ebrei che dal 1942 costituirono la massa principale dei prigionieri di Auschwitz?

La risposta di Hoss fu questa:

“I campi di concentramento avevano contenuto fin dall’inizio prigionieri ebrei. Ormai li conoscevo abbastanza bene, avevo avuto a che fare con loro fin dai tempi di Dachau. In quel periodo, però gli ebrei avevano ancora la possibilità di emigrare, se uno Stato in qualunque parte del mondo concedeva loro il permesso d’entrata. La loro permanenza nel campo era solo questione di tempo, di denaro e di agganci all’estero. Molti ottennero i visti necessari nel giro di poche settimane, solo i Rassenschander, cioè coloro che avevano disonorato la razza, e quelli che nel periodo del sistema si erano dimostrati particolarmente attivi dal punto di vista politico, in quanto corruttori del popolo tedesco erano perseguitati e tormentati anche dai compagni di prigionia.

A questo punto vorrei aggiungere che sono sempre stato critico verso lo Sturmer, il settimanale antisemita di Streicher, per la pessima presentazione dei contenuti, mirata a scatenare gli istinti più bassi. Quella pubblicazione ha avuto effetti decisamente negativi; non solo non ha aiutato in alcun modo l’antisemitismo serio, ma l’ha addirittura danneggiato in profondità. Non deve quindi stupire che, come si apprese dopo il crollo, fosse proprio un ebreo a redigere il giornale e a scrivere gli articoli più diffamatori. Per combattere l’ebraismo sul piano intellettuale bisognava usare armi molto più raffinate.

Nel novembre del 1938 arrivò la notte dei cristalli, organizzata da Goebbels per vendicare la morte di Von Rath, ucciso da un ebreo a Parigi. In tutto il Reich vennero presi di mira e distrutti i negozi ebraici, i più fortunati se la cavarono con le vetrine rotte; scoppiarono anche numerosi incendi nelle sinagoghe e i pompieri non poterono intervenire per domare le fiamme. Ricorrendo alla cosiddetta custodia protettiva, tutti gli ebrei ancora attivi nel commercio, nell’industria e in generale negli affari furono arrestati e portati nei campi di concentramento per essere protetti dalla rabbia del popolo. Fu così che potei conoscerli in massa.

Vorrei sottolineare ancora una volta che personalmente non ho mai odiato gli ebrei. Erano nemici del popolo tedesco, ma proprio per questo li consideravo uguali agli altri prigionieri e pensavo dovessero essere trattati nello stesso modo.

Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto differenze. L’odio è un sentimento che non mi appartiene, anche se lo conosco e so come può manifestarsi. L’ho visto e ne ho avuto esperienza diretta.

Quando il Raichsfuhrer delle SS modificò il suo ordine di annientamento nel 1941, secondo cui bisognava sterminare gli ebrei senza alcuna distinzione, e decretò che tutti quelli abili al lavoro dovessero essere impiegati nell’industria bellica, Auschwitz divenne un campo di ebrei, un campo di raccolta per ebrei di dimensioni fino allora sconosciute. Se nei primi anni i detenuti contavano sulla possibilità di essere un giorno rilasciati, cosa che dal punto di vista psicologico rendeva loro molto più facile sopportare la durezza della prigionia, per gli ebrei di Auschwitz non esisteva nessuna speranza. Tutti, senza eccezione, sapevano che presto o tardi sarebbero morti, che sarebbero rimasti invita soltanto finché avessero potuto lavorare. La maggioranza non sperava neppure in un cambiamento di questa triste situazione. Erano fatalisti. Pazienti e rassegnati sopportarono tutte le miserie, le fatiche e i tormenti della prigionia. L’impossibilità di sottrassi alla morte immediata li rese completamente insensibili all’ambiente che li circondava. Questo cedimento psicologico accelerò il crollo fisico. Non avevano più nessuna voglia di vivere, erano ormai indifferenti a tutto, la malattia più lieve era sufficiente a stroncarli. Prima o poi la morte sarebbe arrivata per tutti, ne erano certi. Sulla base di quanto ho osservato credo fermamente che l’altra mentalità degli ebrei fosse dovuta non solo alla durezza di un lavoro cui molti non erano abituati, all’alimentazione insufficiente, agli alloggi strapieni e a tutte le altre avversità e difficoltà della vita nel campo, ma anche soprattutto alle loro condizioni psicologiche.

Il fenomeno era ancora più evidente tra le donne ebree, che morivano molto più rapidamente degli uomini, anche se, in base alle mie osservazioni, ritengo che in generale le donne siano molto più solide e resistenti sia fisicamente sia mentalmente. Raggiunto un certo limite, le ebree si lasciavano andare al mondo più completo. Vagavano per il campo come fantasmi, totalmente prive di volontà, e si lasciavano spingere di qua e di là dalle compagne finché non si abbandonavano quietamente alla morte. Quei cadaveri ambulanti erano una visione orribile.

Quanto detto fin qui vale per la maggioranza dei prigionieri ebrei. Gli individui più intelligenti, psicologicamente più forti e più attaccati alla vita, in particolare quelli dei paesi occidentali, reagirono in modo assai diverso e variegato.

Costoro, soprattutto se medici, erano perfettamente consapevoli della fine che li attendeva, eppure continuavano a sperare e a credere che una qualche circostanza favorevole potesse, chissà come e chissà quando, salvare loro la vita. Confidavano in oltre nel crollo della Germania, poiché la propaganda nemica li raggiungeva facilmente”.

Tratto dal libro “Il comandante” pagina 39-42 .

Il 25 maggio 1946 Hoss fu trasferito in Polonia per rispondere in giudizio dei crimini che aveva commesso ad Auschwitz e venne imprigionato a Cracovia. Dopo un lungo dibattimento, nel quale ancora una volta espresse senza nessuna emozione visibile i meccanismi di funzionamento di Auschwitz, la Corte Suprema di Varsavia lo giudicò colpevole delle accuse che gli erano state rivolte. Il 2 aprile 1947 egli venne condannato alla pena di morte mediante impiccagione, eseguita il 16 aprile 1947 davanti all’ingresso del crematorio di Auschwitz. In seguito il corpo venne cremato e le ceneri vennero sparse in un bosco vicino al campo di Auschwitz.

VITA NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

L’arrivo nel campo e la selezione primaria

Non appena i vagoni entravano nell’austerità dei campi di sterminio, i deportati venivano assaliti dall’acre odore che proveniva dalle ciminiere che ogni giorno bruciavano centinaia di corpi. Costretti a scendere dai convogli a forza, gli ebrei erano quindi divisi tra donne e uomini, giudicati sommariamente dagli impiegati del SS in base allo stato di salute apparente e si valutava se potessero o meno lavorare e sopportare per qualche tempo le condizioni del campo. Bambini, deboli, vecchi, malati venivano uccisi subito attraverso le camere a gas. Chi indugiava a seguire gli ordini o chi disubbidiva veniva freddato a colpi d’arma.

MALATTIE PRESENTI NEL CAMPO: LA PERDITA DI IDENTITA’

Non sarebbe stato possibile fare più male a uomini che togliere loro la stessa essenza umana; questo cercarono di fare i nazisti all’interno dei campi di sterminio. Ai detenuti veniva tolto qualsiasi cosa che potesse distinguerli gli uni dagli altri, che potesse ricordare la loro vita passata.

Entrando nei campi essi venivano privati di ogni loro avere, dai bagagli agli oggetti che portavano addosso, dai vestiti al loro nome. Essi infatti erano radunati in una stanza e fatti spogliare dei loro vestiti che venivano confiscati dalle guardie; poi nudi e al freddo venivano rasati completamente per evitare epidemie di pidocchi, una volta finito veniva tatuato loro sul braccio destro un numero che dal quale momento in poi diventava il loro nome.

Le SS nei campi non usavano i nomi dei detenuti ma a tutti gli appelli venivano chiamati con il numero assegnato al braccio in tedesco; a ciascuno gli ufficiali consegnava una tuta da lavoro e delle scarpe che venivano scelte a caso e che per tanto causavano in breve tempo dolori lancinanti ai piedi. Le tute erano di due tipi: una estiva e una invernale. In Polonia e in Germania la temperatura scende spesso sotto lo zero e alcuni semplici panni di lana non erano assolutamente sufficienti a riparare i corpi dal gelo, tanto che le morti per assideramento erano più che frequenti.

Entrando nel campo gli ebrei perdevano ogni cosa del loro passato e di fatto era come se entrassero in una dimensione differente, bruttissima in cui diventavano degli automi privi di nome e di distinzioni: erano tutti simili, erano pelati, avevano gli stessi vestiti, le stesse scarpe, gli stessi occhi e corpi emaciati.

Le malattie vengono classificate nel modo seguente:

L’alimentazione nei campi di concentramento

Con disarmante rigore scientifico i nazisti avevano calcolato che un ebreo in grado di lavorare avrebbe dovuto sopravvivere nel campo circa tre mesi e la razione di cibo giornaliera era calcolata secondo questo principio.

Le calorie che i detenuti assimilavano non bastavano per il lavoro duro e spossante, i corpi diventavano sempre più magri e smunti riducendo progressivamente le forze del fisico che una volta ritenuto non più abile al lavoro veniva eliminato.

La malnutrizione causava malattie e gravi squilibri che portavano, tra l’altro, le donne ad interrompere i propri cicli fisiologici.

Il cibo che veniva dato ai prigionieri era una zuppa molto liquida e del pane raffermo.

CHI VENIVA INTERNATO NEI LAGER?

Nei lager SS gli internati sono ridotti a semplici numeri di matricola posti a fianco dei seguenti contrassegni

ZINGARI: IL GENOCIDIO DEI ROM IN EUROPA 1939-1945

I rom o zingari, una delle etnie che il regime nazista prese di mira e perseguitarono a causa di presunte differenze razziali.

Il regime dichiarò che i rom erano una razza inferiore.

Il destino dei rom fu molto simile in alcuni aspetti a quello degli ebrei durante il regime nazista, le autorità tedesche sottoposero i rom all’internamento, al lavoro forzato e infine allo sterminio.

Il regime nazista inoltre assassinò decine di migliaia di rom nei territori che l’esercito tedesco aveva occupato: Unione Sovietica, Serbia, insieme ad altre migliaia nei centri di sterminio di Auschwitz – Birkenau, Chelmo, Belzel, Sobibor e Trebinka.

Le SS deportarono i rom nei campi di concentramento di Bergen- Belsen, Sachsenhausen, Buchenwald, Dachau, Mauthasen e Ravensbruck.

Infine le autorità civili tedesche rinchiusero molti zingari nei campi che erano stati creati per il lavoro forzato.

Il 21 settembre 1939 Reinhad Heyprich, capo dell’ufficio centrale di sicurezza del Reich, incontrò a Berlino alcuni funzionari della polizia di sicurezza (SIPO) e dei servizi di sicurezza (SD). Con la vittoria della Germania in Polonia Heydrich, intendeva deportare 30.000 rom tedeschi e austriaci dai territori della grande Germania.

Al Governatorato generale nella primavera del 1941 il governatore Hans Frank, il funzionario civile di più alto livello di quella parte di Polonia controllata dai tedeschi, attuò il piano di Heydrich rifiutandosi di accettare il trasferimento nel governatorato di un gran numero di rom e di ebrei.

Le autorità tedesche deportarono comunque alcuni zingari dalla Germania alla Polonia nel 1940 e 1941.

Nel maggio 1940 le SS e la polizia deportarono nel distretto di Dublino che si trovava all’interno governatorato generale circa 2.500 rom provenienti d’Amburgo, Brema e li rinchiusero nei campi di lavoro.

Le condizioni nelle quali i prigionieri furono costretti a vivere e lavorare si dimostrano letali per molti di loro.

Il destino di quelli che sopravvissero è ancora un mistero: è probabile che le SS li abbiano trucidati nelle camere a gas di Belzec, Sobibor, o Treblinka.

Nell’autunno 1941 le autorità tedesche deportarono 5.007 Sinti e Zingari Lalleri dall’Austria al ghetto ebraico di Lodz, dove furono rinchiusi in un settore apposito e separato dal resto del ghetto.

Quasi metà dei rom morì durante i primi mesi successivi al loro arrivo a causa di mancanza di cibo. Durante i primi mesi del 1942, le SS tedesche e i funzionari di polizia deportarono nel campo di sterminio di Chelmo tutti coloro che erano riusciti a sopravvivere alle terribili condizioni del ghetto. Lì, insieme a decine di migliaia di ebrei- anch’essi provenienti dal ghetto di Lodz- i rom furono mandati a morire nelle camere a gas, avvelenati con il monossido di carbonio.

I tedeschi rinchiusero i rom nei cosiddetti campi di zingari (Zigeunhlager) situati nella grande Germania o Reich, con l’intento di deportarli in un secondo tempo.

Quando le deportazioni dei rom furono sospese nel 1940, quelle strutture divennero aree di detenzione a lungo termine. Marzhan a Bergno, insieme a Lackenbanch e Salzbur, in Austria furono tra i peggiori campi e centinaia di rom morirono a causa delle orrende condizioni di vita.

I cittadini tedeschi che risiedevano nelle vicinanze si lamentavano spesso e chiedevano che i rom fossero deportati per “salvaguardare” la morale, la sicurezza e la salute pubblica.

Le polizie locali usarono quelle lamentele per fare appello al comandante delle SS Heinrich Himmler affinché ripresentasse le deportazioni dei rom al est.

Nel dicembre 1942 Himmler ordinò la deportazione di tutti i rom che ancora vivevano in Germania.

Alcune eccezioni erano previste per certe categorie, come ad esempio coloro che avevano “puro sangue zingaro” da generazioni, o persone di discendenza zingara che si erano però integrate nella società tedesca e quindi non si comportavano come gli altri zingari, o altri ancora che si erano distinti nell’esercito tedesco.

Almeno 5.000, forse 15.000 persone rientravano in quelle categorie esenti dalle deportazioni, ma le autorità locali spesso non si preoccupavano di quelle distinzioni durante i rastrellamenti, al punto che, in alcuni casi le autorità della polizia deportarono persino rom arruolati in quel momento nell’esercito tedesco (la Wermacht) mentre si trovava in licenza.

Per la maggior parte la polizia tedesca deportò i rom dalla Germania a Auschwitz- Birkenau, dove le autorità del campo li confinarono in un settore apposito chiamato “il campo delle famiglie zingare”.

Circa 3.000 tra rom, Sinti e Lalleri furono deportati a Auschwitz. Intere famiglie vivevano ammassate nel settore degli zingari.

I medici assegnati al complesso di Auschwitz come il capitano dell’SS Dr Josef Mengele, ricevettero autorizzazione a selezionare soggetti uomini tra i prigionieri di Auschwitz per i loro esperimenti pseudoscientifici.

Mengele in particolare per i suoi test, selezionò gemelli e nani, alcuni provenienti dalle famiglie zingare del campo. Circa 35.000 zingari adulti, adolescenti, erano rinchiusi in altri campi di concentramento tedeschi: medici selezionavano soggetti per le loro ricerche anche tra i rom dei campi di Ravensbruck, Natzweiler- Struthof e Sachesenhusens.

Gli esperimenti avvenivano o nei campi o in istituti poco lontani. Le condizioni di vita nel settore occupato dagli zingari ad Auschwitz – Birkenau contribuirono al diffondersi delle epidemie di tifo, vaiolo e dissenteria che decimarono la popolazione del campo.

Alla fine le SS uccisero nelle camere a gas 1.700 rom, giunti pochi giorni prima dalla regione di Bialystock.

Molti di loro erano già malati e nel maggio 1944 gli amministratori del campo decisero di trucidare tutti gli zingari. Le guardie delle SS circondarono il settore nel quale vivevano i rom e si rifiutarono perché erano stati avvertiti delle intenzioni dei tedeschi e si erano armati di tubi di ferro, vanghe e altri attrezzi usati normalmente per il lavoro.

I capi del SS decisero di evitare lo scontro diretto con i rom e si ritirarono. Dopo aver trasferito 3.000 rom ancora in grado di lavorare ad Auschwitz e in altri campi di concentramento.

In Germania tra la fine dell’estate 1944 – il 2 agosto le SS deportarono i rimanenti 2.898 la maggior parte di quei prigionieri era costituita da donne anziani e bambini.

Furono uccisi tutti nelle camere a gas di Birkenau, un piccolo gruppo di ragazzini che erano riusciti a nascondersi durante le operazioni di trasferimento furono catturati e uccisi nei giorni successivi.

Almeno 19.000 dei 23.000 che furono inviati ad Auschwitz morirono nel campo.

Nei paesi dell’Europa occupata dai tedeschi, il destino dei rom fu diverso da nazione a nazione a seconda delle circostanze. In genere le autorità prima internavano i rom e poi li trasferivano in Germania, ai lavori forzati, o in Polonia dove venivano uccisi oppure anche qui costretti a lavorare.

Diversamente da ciò che le persone così dette di sangue misto fossero esentate dalle deportazioni (ma non al lavoro forzato) – nel caso dei rom le SS la polizia dopo molte titubazioni e confusione decisero che gli “zingari di sangue puro” erano innocui, mentre coloro di sangue misto erano pericolosi (indipendentemente dalla loro percentuale di sangue zingaro) e quindi potevano essere deportati.

Si pensa le unità dell’esercito tedesco e delle SS abbiano fucilato almeno altri 3.000 rom negli stati baltici e in altre zone dell’Unione Sovietica che erano state occupate dai tedeschi, dove gli Einstzgruppen (unità operativa o gruppi di azione speciale che faceva parte della polizia di sicurezza e del SD, il servizio intelligente delle SS che seguivano l’esercito nel corso dell’invasione e occupazione dei paesi europei. Spesso definite “squadre mobili” sono note soprattutto per il loro ruolo nell’uccisione sistematica degli ebrei, tramite fucilazioni di massa, in territorio sovietico) e altre così dette unità mobili di sterminio uccisero gli uomini rom in operazioni di fucilazione di massa, durante tutto il 1941 e i primi mesi del 1942.

Nel 1942 i tedeschi incominciarono a trucidare le donne e i bambini caricandoli sui furgoni in cui poi veniva messo il gas. Il numero reale di rom uccisi in Serbia non si conoscerà mai. Le stime variano dai 1.000 ai 12.000.

Nella Francia di Vichy, dopo l’insediamento del governo collaborazionista avvenuto nel 1940, le autorità intensificarono sia le semplici misure restrittive contro gli zingari.

Nel 1941 e 1942, la polizia francese internò almeno 3.000 e forse fino a 6.000 rom provenienti sia dalla Francia occupata che da quella libera.

Le autorità francesi, successivamente mandarono un numero relativamente basso di quei prigionieri nei campi di concentramento in Germania come Buchenwald, Dachau e Ravensbruck.

In Romania, membro dell’asse e quindi alleato della Germania, le autorità procedettero all’eliminazione sistematica dei rom che vivevano all’interno del paese; tuttavia nel 1941 e 1942, l’esercito e la polizia deportarono in Thansinistra, una regione dell’Ucraina sud- occidentale amministrata dalla Romania, circa 26.000 zingari provenienti dalla Bokovina e dalla Bassa Rabia, ma anche dalla Moldavia, e dalla capitale Bucarest.

Migliaia di quei deportati morirono per malattia, fame e il trattamento brutale a cui furono sottoposti dalle autorità del così detto stato dipendente Croato, un altro alleato della Germania.

Membro dell’asse e governato dall’organizzazione separatista e terrorista Ustascia- trucidarono praticamente l’intera popolazione rom del paese circa 25.000 persone all’interno del sistema di campi di concentramento di Jasenovac, controllato dalla milizia ustascia e dalla polizia politica croata persero la vita tra i 15.000 e i 20.000 di rom.

Non si sa con assoluta precisione quanti rom siano stati uccisi durante l’olocausto, ma anche se non è possibile determinare esattamente cifre o percentuali, gli storici ritengono che i tedeschi e i loro alleati abbiano ucciso il 25% dei rom Europei dei poco meno di un milione di zingari che vivevano in Europa prima della guerra, quindi ne morirono almeno 220.00.

Dopo la guerra, la discriminazione contro i rom continuò in tutta Europa dell’Est e in quella centrale. La repubblica federale tedesca ad esempio determinò che tutte le misure prese contro i rom prima del 1943 erano state misure ufficialmente legittime contro persone che avevano commesso atti criminali e non invece il risultato di politiche dettate dai pregiudizi razziali.

Questa decisione impedì di fatto che alcun risarcimento fosse riconosciuto alle migliaia di vittime rom incarcerate, sterilizzate e deportate dalla Germania senza aver commesso nessun crimine.

La polizia criminale della Baviera dopo la guerra, prese possesso dei documenti frutto delle ricerche del regime nazista, incluso il registro dei rom residenti nella grande Germania.

Soltanto alla fine del 1979 il parlamento della Germania occidentale riconobbe ufficialmente che la persecuzione dei rom ad opera dei nazisti era stata motivata da pregiudizio razziale, aprendo così la possibilità, per la maggior parte dei rom, di fare domanda di risarcimento per le sofferenze e le perdite subite sotto il regime nazista ma a questo punto però, molti tra coloro che avrebbero potuto presentare la domanda erano già morti.

LO ZINGEUNERLAGER

Il lager per famiglie zingare noto come “familienzingeunerlager” o più semplicemente “zingeunerlager”, nasce ufficialmente tra la fine di febbraio e i primi di marzo 1943, in virtù dell’entrata in vigore del decreto V.A.N 59 del 29 gennaio 1943 firmato da Heinrich Himmler.

Costruito all’interno del settore B2 di Auschwitz- Birkenau, venne immediatamente circondato dal filo spinato, elettrificato con alta tensione, per sottolineare la netta separazione tra i prigionieri zingari e il resto dei deportati presenti nella località polacca.

Lo zingeunerlager tra il 1943 e il 1944 ospitò 20.094 individui registrati, di cui 10.094 uomini e 10.888 tra donne e bambini. A questi bisogna aggiungere circa 2.000 deportati non registrati. Per un totale di 23.000 unità. Si trattava in larga parte di zingari tedeschi, solitamente ex salti imbarchi provenienti dal mondo del circo.

Nello Zingeunelager vennero presto rinchiusi anche i cosiddetti semi zingari (gli zingunermischiling) precedentemente arruolati nella “Wermacht” e spesso pluridecorati. Le condizioni di vita e le norme comportamentali dello “Zingeunelager” differivano da quelle generalmente vigenti in tutta Auschwitz.

Nel campo i rom vivevano in condizioni ben diverse da quelle riservate agli altri prigionieri; all’interno dei recinti elettrificati gli zingari conservavano la propria unità familiare a differenza di tutti gli altri reclusi, potevano evitare le selezioni ed i relativi passaggi nelle famigerate camere a gas. Generalmente al loro arrivo dovevano soltanto presentare un apposito dossier nel quale venivano presentati i componenti della propria famiglia.

Contrariamente alla prassi, questi non venivano neppure matricolati nelle “arbeistseinsatz, i registri di lavoro del lager.

Una volta marchiati e rasati a zero e fotografati nessuno più si occupava dei loro monili.

Un trattamento “preferenziale” che almeno nei piani iniziali del “reich” non si sarebbe dovuto concludere con lo sterminio dei prigionieri nel 1943, però le cose iniziarono a mutare. “Lo Zingeunelager” iniziò a prendere quelle caratteristiche di “campo sui generis” per uniformarsi agli standard degli altri lager nazisti.

Nel luglio di quello stesso anno Heinrich Himmler si reca in visita al campo per zingari. Le parole del suo accompagnatore Rudolf Hoss descrivano brutalmente le condizioni dello “Zingeunelager”, con tanto di sentenza finale di annientamento da parte del braccio destro di Hitler: “gli feci percorrere in lungo e in largo il campo zingaro, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche di abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide i bambini preda dell’epidemia infantile di noma, che io non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina […] [ Himmler]” si fece dare le cifre della mortalità tra gli zingari che tuttavia erano relativamente basse rispetto alla media del campo, tranne appunto per i bambini […]dopo aver visto tutto questo e essersi reso conto della realtà diede l’ordine di annientarli” (Hoss cit, in sessi 2000 pag 298).

Nonostante le difficoltà evidenti, l’unità famigliare presente nello “Zingeunerlager” darà i suoi frutti.
Il primo bambino nato nel campo si registra il giorno 11 marzo 1943. Dopo di lui altre 378 nascite andranno ad arricchire il numero di bambini ivi residente pari a 9.432 unità.

Molti di questi saranno utilizzati da Mengele per i suoi atroci esperimenti.

La fine dello “Zingeunelager” va dal 25 maggio del 1943  fino al 2 agosto 1944 con l’inizio della liquidazione graduale del campo. Una parte degli zingari tedeschi venne temporaneamente sistemata nel campo base, mentre gli altri 2.900 vennero uccisi nello stesso giorno con l’ausilio delle camere a gas del crematorio V.  Alla fine della sua storia saranno circa 21.000 le vittime dello zigeunerlager.

Le baracche degli zingari furono utilizzate per fare spazio ai prigionieri ebrei in particolare nella sezione BII e venne allestito il lazzaretto femminile; le parole di una canzone zingara dice: “ci hanno fatto entrare attraverso il portone e ci fecero uscire dai comignoli”. (ID PAG 302)

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