Dante Alighieri nacque  a Firenze nel 1265 da una famiglia di piccola nobiltà  cosa che gli permise di avere una formazione culturale approfondita ; studiò retorica  e ,grazie alla frequentazione di Brunetto Latini, uno degli uomini più colti della sua città, si dedicò allo studio della filosofia e cominciò anche ad interessarsi alla poesia. Conobbe e fece amicizia con i poeti più significativi del tempo, i cosiddetti stilnovisti che cantavano l’amore in modo nuovo : la donna era vista come un essere angelico, una creatura superiore dotata di nobiltà d’animo e di grandi virtù, capace di suscitare nell’uomo pensieri e sentimenti elevati. All’interno di questa esperienza poetica si colloca l’innamoramento di Dante per Beatrice Portinari, una giovane gentildonna fiorentina, la cui figura attraversa tutta l’opera dell’Alighieri e che assumerà un ruolo fondamentale nel suo capolavoro, La Divina Commedia.

 Nel 1295 Dante   sposò  Gemma Donati dalla quale ebbe 4 figli Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia un anno dopo la morte di Beatrice evento che lo portò a raccogliere poesie e rime composte in suo onore nell’opera La Vita Nova ,lavoro che lo impegnò per circa due anni . Il titolo sottolinea il rinnovamento spirituale che l’amore per Beatrice ha determinato nell’uomo e nel poeta. Dante  però non fu solo poeta e studioso ma anche uomo politico

Rimarrà affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruirà tutta la sua opera attorno alla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità. Nel 1293, tuttavia, in seguito a un decreto che escludeva i nobili dalla vita politica fiorentina, il giovane Dante dovette attenersi alla cura dei suoi interessi intellettuali.

Nel 1295 infine, un’ordinanza decretò che i nobili riottenessero i diritti civici, purché appartenessero a una corporazione. Dante Alighieri si iscrisse a quella dei medici e dei farmacisti, che era la stessa dei bibliotecari, con la menzione di «poeta». Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fece più aspra, Dante si schierò col partito dei Bianchi che cercavano di difendere l’indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche di Bonifacio VIII Caetani, che fu Papa dal dicembre 1294 al 1303.

Nel 1300, Dante venne eletto tra i sei «Priori» — custodi del potere esecutivo, i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria — che, per attenuare la faziosità della lotta politica, presero la difficile decisione di fare arrestare i più scalmanati tra i leader dei due schieramenti. Ma nel 1301, proprio mentre a Firenze arrivava Charles de Valois e il partito dei Neri, sostenuto dal papato, prendeva il sopravvento, Dante fu chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Quando iniziarono i processi politici, accusato di corruzione, fu sospeso dai pubblici uffici e condannato al pagamento di una pesante ammenda. Poiché non si abbassò, al pari dei suoi amici, a presentarsi davanti ai giudici, Dante fu condannato alla confisca dei beni e «al boia» se si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. Fu così costretto a lasciare Firenze con la coscienza di essere stato beffato da Bonifacio VIII, che l’aveva trattenuto a Roma mentre i Neri prendevano il potere a Firenze e che fu sempre suo feroce avversario, guadagnandosi un posto di rilievo nei gironi dell’Inferno della Divina Commedia.

A partire dal 1304, inizia per Dante il lungo esilio, nel corso del quale viene sempre accolto con favore: Verona, Lucca, forse anche Parigi… Dalla morte di Beatrice agli anni dell’esilio, si è dedicato allo studio della filosofia (per lui l’insieme delle scienze profane) e ha composto liriche d’amore dove lo stile della lode così come il ricordo di Beatrice sono assenti. Il centro del discorso non è più Beatrice ma «la donna gentile», descrizione allegorica della filosofia, che traccia l’itinerario interiore di Dante verso la saggezza. Redige il Convivio (1304-1307), il trattato incompiuto composto in lingua volgare che diventa una summa enciclopedica di sapere pratico. Quest’opera, è una sintesi di saggi, destinati a coloro che, a causa della loro formazione o della condizione sociale, non hanno direttamente accesso al sapere. Vagherà per città e Corti secondo le opportunità che gli si offriranno e non cesserà di approfondire la sua cultura attraverso le differenti esperienze che vive.

Nel 1306 intraprende la redazione della Divina Commedia alla quale lavorerà per tutta la vita. Quando inizia «a far parte per se stesso», rinunciando ai tentativi di rientrare con la forza a Firenze con i suoi amici, prende coscienza della propria solitudine e si stacca dalla realtà contemporanea che ritiene dominata da vizio, ingiustizia, corruzione e ineguaglianza. Nel 1308, in latino, compone un trattato sulla lingua e lo stile: il De vulgari eloquentia, nel quale passa in revisione i differenti dialetti della lingua italiana e proclama di non aver trovato «l’odorante pantera dei bestiari» del Medioevo che cercava, ivi compresi il fiorentino e le sue imperfezioni. Pensa di aver captato «l’insaziabile belva in quel volgare che in ogni città esala il suo odore e in nessuna trova la sua tana». Fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana.

Nel 1310, con l’arrivo in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore romano, Dante spera nella restaurazione del potere imperiale, il che gli permetterebbe di rientrare a Firenze, ma Enrico muore. Dante compone allora La Monarchia, scritto in latino, dove dichiara che la monarchia universale è essenziale alla felicità terrestre degli uomini e che il potere imperiale non deve essere sottomesso alla Chiesa. Dibatte anche sui rapporti tra Papato e Impero: al Papa il potere spirituale, all’Imperatore quello temporale. Verso il 1315, gli venne offerto di ritornare a Firenze ma a condizioni che il suo orgoglio ritenne troppo umilianti. Rifiutò con delle parole che rimangono una testimonianza della sua dignità umana: «Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria, ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un’altra che non deroghi all’onore e alla dignità di Dante, l’accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s’entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. Né certo mancherà il pane».

Nel 1319, fu invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città che, due anni più tardi, lo inviò a Venezia come ambasciatore. Rientrando da questa ambasciata, Dante venne colpito da un attacco di malaria e morì a Ravenna a 56 anni nella notte tra il 23 e 24 settembre 1321, dove si trova la sua tomba.

LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIRI

La Divina Commedia è un poema formato da 100 canti divisi in 3 cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Il metro utilizzato è la terzina di endecasillabi a rima incatenata. Le date di composizione del poema sono incerte ma sappiamo che nel 1314 l’Inferno era già concluso, che il Purgatorio si è diffuso intorno al 1315 e che il Paradiso è stato scritto nel 1316 e diffuso dopo la morte dell’autore. Dante racconta il suo viaggio nei regni ultraterreni del peccato(Inferno), dell’espiazione (Purgatorio) e della salvezza(Paradiso).
La complessità e la grandiosità del poema è tale da comprendere teologia, morale, filosofia, riflessione e passione politica. Il titolo di c

Commedia è stato scelto da Dante tenendo presente le leggi della retorica medievale. La commedia ha un inizio tragico e una conclusione positiva: dallo smarrimento di Dante nella selva oscura (peccato) fino alla salvezza, verso il viaggio che porta al paradiso.

Ma commedia anche perché Dante utilizza molteplici e vari stili: mescola il linguaggio alto e solenne con il linguaggio medio e il volgare; il linguaggio medio o il volgare viene utilizzato da Dante per descrivere le bassezze delle anime infernali e le pene più orrende e degradanti dell’inferno, mentre il linguaggio alto e solenne viene utilizzato dall’autore per descrivere la gioia del paradiso.

INFERNO:

Il racconto di Dante Alighieri inizia quando il poeta si smarrisce in una selva che viene immaginata nelle vicinanze di Gerusalemme; lo salva l’anima di Virgilio che accompagna Dante nel lungo viaggio tra i regni dell’Inferno e del Purgatorio. Virgilio non riesce ad andare in Paradiso, dove c’è Beatrice come guida, perché il poeta latino è morto senza conoscere la fede cristiana.
L’Inferno si presenta come una grande voragine a forma di cono il cui vertice si trova al centro della terra, formatosi quando Dio fece precipitare il capo degli angeli ribelli, Lucifero. L’ingresso dell’Inferno è segnato dal fiume Acheronte, sulle rive del quale si trovano le anime di coloro che sono morti nel peccato e qui, in base alla gravità del peccato commesso, si decide la pena che dovrà subire l’anima per l’eternità. Lungo le pareti del cono ci sono dei vasti cerchi sui quali trovano posto le anime dei dannati.
Il male, cioè il peccato secondo la chiesa cristiana nasce da tre atteggiamenti: l’incontinenza (l’abbandonarsi agli istinti naturali senza utilizzare la ragione), la violenza (contro Dio, contro sé stesso e contro il prossimo) e la frode (compiere del male usando l’inganno). L’inferno risulta

diviso in 3 grandi aree suddivise a loro volta da nove cerchi. Lucifero è piantato nel fondo del baratro infernale e con le sue tre bocche maciulla in eterno Giuda (traditore di Gesù e della chiesa), Bruto e Cassio (traditori di Cesare e quindi dell’impero). Le pene inventate da Dante sono regolate dalla legge del contrappasso.

PURGATORIO

Anche l’ultima esperienza dell’inferno, il passaggio all’emisfero australe attraverso il corpo di Lucifero infisso al centro della terra, che permette a Dante e Virgilio di riemergere all’aria, è ormai un ricordo. Ora che è nell’altro emisfero, quello che mai sguardo umano ha potuto scorgere dopo quelli di Adamo ed Eva, il pellegrino Dante vede sopra di sé un altro firmamento, intorno a sé un’altra parte di mondo, e, soprattutto, può respirare di nuovo l’aria pura.

L’attraversata dell’inferno è stata come una navigazione in un mare oscuro e pieno di pericoli, ma adesso il timoniere Virgilio e il marinaio Dante sono approdati in una spiaggia sicura. Appena usciti dalla prigione dei dannati, i due poeti si sono trovati su di una spiaggia deserta, sotto un cielo ancora stellato, ma che sta per essere illuminato dalla luce dell’alba.

Dante ancora non lo sa, ma si trova sulla base di un monte che li ha accolti, l’unica terra emersa dell’emisfero australe, per il resto occupato solo dalle acque dell’oceano. Si trova ormai sul monte del Purgatorio. Il luogo posto a metà tra la giurisdizione terrena e quella celeste dell’universo: fino ad una certa altezza ancora dominato dalle leggi fisiche, poi del tutto obbediente solo agli ordini divini.

Il Purgatorio è il secondo regno dell’Aldilà, la seconda tappa del  viaggio. Anche se fa parte del pianeta, è già la prima regione del soprannaturale regno di Dio. Questa sua natura ibrida si comprende da due aspetti: la presenza degli angeli, segnala in dubbio del dominio di Dio su questo regno, e nel contempo la tendenza delle anime espianti a ricordare il corpo, anzi a desiderare il di non staccarsi tanto presto dal suo peso. Anche se ormai sono anime disincarnate. Anche se ormai sanno che le attende, dopo la purificazione un’eterna felicità. Ma è difficile staccarsi dalle nostre imperfette abitudini, dai nostri affetti miseri e deludenti. Noi uomini ci affezioniamo anche a chi ci fa del male.

Il fascino del Purgatorio consiste proprio in questa capacità di farci comprendere meglio la nostra stessa condizione umana: che è a sua volta, in sostanza, una contraddittoria tensione tra terra e cielo. E ci fa pensare che anche il nostro pianeta sia una specie di Purgatorio terreno, sospeso tra il male e il bene.

Dante ci fa capire questa somiglianza attraverso la descrizione dei dettagli naturali di questo monte così impervio, ripido ed elevato, in contrasto con la mite e dolcezza della spiaggia che lo circonda. E specialmente nella prima parte della cantica, fino al canto VIII, dove ancora non è iniziato il Purgatorio vero e proprio, con le sue modalità attive di espiazione e avvicinamento alla salvezza: sono i canti dell’Antipurgatorio, la parte solo terrena del monte, dominata da leggi fisiche. Qui Dante trascorre una lunga pausa di attesa, che gli dà modo di riabituarsi alle leggi del mondo fisico che gli sono familiari. E di comprendere alcune verità.     

PARADISO

Il Regno del Paradiso, descritto da Dante nella sua Commedia, non è più connesso alla Terra: tutto è eterno ed etereo. Le parti che compongono il Paradiso non hanno una struttura fisica e concreta perché ogni elemento è prettamente spirituale. Riallacciandosi alla cosmologia tolemaica Dante immagina che, oltre una sfera detta “sfera del fuoco”, che divide il mondo terrestre dal Regno del Cielo, intorno alla Terra ruotino nove cieli disposti uno dentro l’altro. Questi cieli sono composti di una sostanza detta etere (qualcosa di simile all’aria) e muovendosi brillano, emettono suoni soavi, e riescono ad influenzare gli avvenimenti che hanno luogo sulla Terra e le persone che la abitano. 

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