TRAMA DEL LIBRO IL TRENO DEI BAMBINI

Il treno dei bambini:

Tra il 1946 e il 1952 le condizioni di vita di tanti bambini, specie al Sud, erano molto dure. Venne organizzata un operazione di grande sensibilità da parte del Partito Comunista Italiano chiamata “I treni della felicità” dove i bimbi dai 4 anni ai 12 che provenivano da famiglie povere, orfani e che vivevano praticamente per strada, vennero portati per alcuni mesi nelle regioni del Centro Nord, in affidamento ad altre famiglie contadine un poco più agiate in modo da superare l’inverno. Qui saranno rivestiti, mandati a scuola e curati.

Tra questi c’è il piccolo Amerigo Speranza dei Quartieri spagnoli che vive solo con la madre analfabeta, un padre scomparso, un fratellino morto prima che lui nascesse, e ogni tanto si aggira un uomo per la casa che lo fa lavorare vendendo stracci e che spesso si chiude in camera da letto con la donna. 
Il bambino è ingenuo “mica si nasce imparati” ma molto intelligente, gli piacciono i numeri più che le parole. Già all’inizio del romanzo quando cammina con sua madre per strada, si mette a contare le scarpe: 

“Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. E quando arrivano a me, che ne sanno di come cammino io e di dove voglio andare? Si devono abituare mano mano, ma intanto il piede cresce, le scarpe si fanno piccole e stiamo punto e a capo.”. 

La madre un giorno lo porta al “palazzo dei comunisti” a colloquio con una gentile signorina, questa gli regala una preziosa caramella al limone che gli fa pizzicare il naso “Le caramelle non è che me le mangio tutti i giorni”. Qui vengono fatti i preparativi burocratici per portare i bambini al Nord.

Dato che è un treno ideato dai comunisti, girava una certa diffidenza. Si diceva che i comunisti mangiavano i bambini, e le famiglie povere pensano che li porteranno in Russia, in Siberia, gli taglieranno mani e piedi e li mangeranno a colazione. 
Ma la speranza di avere un pasto assicurato e un cappotto caldo è più forte di altre cose, e vivere tra i vicoli in questa miseria tra le “zoccole” (i topi) affamate quanto i loro abitanti, non è considerato salutare.

Prima di partire ai bambini gli vengono dati dei cappotti nuovi, Amerigo è felice di avere anche delle scarpe nuove, ma gli sbagliano il numero, per paura di perderle evita di protestare e si tiene queste strette. Gli appuntano poi i nomi sul bavero, ma in una scena intensa al momento della partenza con le madri preoccupate davanti ai binari, i ragazzi si tolgono i cappotti e li lanciano alle madri, perché potrebbero servire ai loro fratelli che restano, oppure nel caso di Amerigo alla propria madre per farne una giacca e proteggersi dal freddo. 

All’arrivo Amerigo e gli altri bambini sono affascinati nel vedere una tavola imbandita con un formaggio puzzolente (gorgonzola), uno strano prosciutto con le macchie bianche (la mortadella), poi la nebbia e la neve, “per strada e sopra gli alberi piove ricotta… è ‘ A neve, acqua congelata come quella che vende il carretto di don Mimì”. 

Ma quando incomincia lo smistamento, per il ragazzo diventa uno tormento, dato che ognuno trova la sua famiglia affidataria e Amerigo si ritrova per ultimo solo dentro il vagone, confortato da Maddalena una militante del partito spiegandogli che c’è stato un contrattempo e una sostituzione all’ultimo minuto. 
Arriverà Derna, una donna indurita dal dolore di una perdita ma che non ha mai avuto bambini :

«La signora si avvicina e mi tocca la guancia con la mano, è un poco fredda. – Sei a Modena, mica in Russia, tra persone che ti vogliono bene, hai trovato una casa, fidati…
– Questa non è casa mia e poi mia mamma dice che non bisogna mai fidarsi di nessuno, penso, ma non dico niente».

Derna ha una cugina con alcuni figli piccoli e affiderà a lei Amerigo quando va a lavorare.
Qui il protagonista vivrà i mesi decisivi della sua esistenza: le amicizie, i dialetti diversi, la scuola dove non ti danno le “scoppole”, qualcuno che gli insegna la musica.

Il giorno del compleanno gli regaleranno un violino, ma il regalo più gradito sarà la lettera della madre, dettata a un amica poiché lei ancora non sa scrivere e sta cercando di imparare.
Poi c’è la ribelle Rossana una coetanea che “parla già come una grande ” seminando parole dure come accoglienza e carità durante un pranzo con il sindaco, confondendo così le idee di Amerigo.

Nuovi orizzonti si aprono per lui insieme a una nuova consapevolezza, ma poi “quando il grano sarà alto” tutto finisce, dovrà ritornare a casa da sua madre.

Lo attendono i vicoli malfamati e il microcosmo di personaggi bizzarri, il tutto ora sotto occhi diversi. Capisce che la madre si serve di lui per sopravvivere, capisce chi è quell’uomo che trova spesso in camera della madre, e anche se Amerigo fa parte di questo mondo o almeno ne faceva parte, ora è tutto malinconicamente diverso.

Forse per gelosia o paura, sua madre interrompe i contatti con la famiglia adottiva, gli nasconde le lettere che gli arrivano da Modena, mentre gli altri suoi amici che erano con lui ricevono lettere e pacchi dono.

Ogni giorno Amerigo va alla stazione per vedere i treni in partenza e immagina di salire su uno di essi e di tornare da Derna e toccare i suoi soffici capelli biondi. Un giorno lo farà davvero.

Poi ci spostiamo al 1994 trovando un Amerigo adulto. Ora è diventato un violinista di successo…

RECENSIONE

di Viola Ardone, Einaudi, Torino 2019

il treno dei bambini è un gran bel libro.

La libraia che me l’ha quasi imposto, per rafforzare la sua proposta ha detto “Se non le piace, torna e me lo tira dietro”, “Non lo farei per nessun motivo” l’ho rassicurata. Io leggo quasi tutto, libri belli e brutti, e quelli brutti mi convincono della validità di quelli belli. Solo quelli che mi annoiano li abbandono. Questo è un libro commovente, un romanzo narrato in prima persona da un bambino napoletano di 7 anni, che nel 1946 viene mandato al Nord per passare l’inverno lontano dalla miseria nera.

È stata l’Unione donne italiane (Udi) insieme la Pci ad organizzare i treni, con oltre 70.000 bambini vittime della guerra e della miseria. Lo sapevo già perché alcuni anni fa ho letto il libro “I treni della felicità” di Giovanni Rinaldi, con i dati e le testimonianze dell’iniziativa. In quel libro ci sono storie che somigliano a quella narrata dalla Ardone.

Tanto che sui social è nata una polemica perché nel libro Einaudi non si fa riferimento ai libri che hanno raccontato queste storie e probabilmente l’hanno ispirato.

Questo di Viola Ardone, insegnante napoletana, è un’altra cosa rispetto ai libri precedenti. È un bambino che narra, e il lettore percorre la storia con gli occhi e i pensieri di quel bambino.

Anche il linguaggio cambia, pieno di frasi e parole “veraci” napoletane nei primi capitoli, per poi diventare sempre più italiano. Insomma questo è un libro di letteratura, mentre gli altri sono libri di storia.

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