Scrive Vivian Ley: «Chissà poi per quale strana ragione si sottrae la bellezza primigenia dell’incanto a favore dell’oscurità». La raccolta “Sensitive” è attraversata da un leitmotiv oscuro, lento, insidioso, invadente e disturbante, che, come una lama affilata, infligge una pena delittuosa al suo lettore. La violenza che alberga l’animo umano è il tema che ispira tutta la raccolta. L’uomo è ricettacolo dei sentimenti più bassi dell’essere umano: la rabbia, la gelosia accecante, la sessualità esperita nella forma più bassa e triviale, l’odio e il desiderio efferato di vendetta sono solo alcune delle dimensioni esplorate dalla scrittrice che, però, non si limita ad accendere un focus sulla brutalità dell’esistenza. Se il leitmotiv è la violenza, il controcanto è la capacità di prendere le distanza da un mondo in cui la barbarie ha la meglio, per attraversare le macerie della distruzione assoluta e rinascere nella bellezza della vita. Vivian Ley è il cantore della tragedia umana moderna.

RECENSIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI VIVIAN LEY – UN’OPERA CRUDELE CHE NON EDULCORA E NON RISPARMIA NIENTE A NESSUNO

Sensitive di Vivian Ley è una raccolta di racconti dal fascino onirico e perturbante.

E’ un’opera, per certi aspetti, molto violenta. L’autore non edulcora e non semplifica niente a nessuno; è un viaggio anche nell’orrore della vita e della barbarie umana, di come ci si possa abbruttire ogni volta che ci si allontana dall’amore. Ma è anche un inno alla vita e alla speranza che ci guida ogni volta che rinasciamo dopo una profonda crisi esistenziale. L’opera è molto complessa perché ci sono delle istanze attanziali costruite ad hoc, per conferire un effetto di potente straniamento alla scrittura; i personaggi sono creature remote che arrivano dagli antri più reconditi dell’inconscio. Vivian Ley racconta l’umanità e i sentimenti di cui è portatrice, e anche la compassione e la tenerezza del desiderio d’amore, che spesso è un riconoscimento di noi stessi nell’altro, un ascolto profondo della sofferenza che ci accomuna e ci lega indissolubilmente.

La scrittura è fortemente erotica, poiché lo stile dell’autore è caratterizzato da un uso del linguaggio dalla spiccata “corporeità”; come corporee del resto – nel senso di tridimensionale – sono le scene evocate durante la narrazione delle storie. E’ una scrittura molto cinematografica, si ha infatti la sensazione di essere presenti nella scena che è descritta, come se il lettore spiasse in presa diretta i personaggi in loco. In quest’opera il lettore si trova in una posizione fortemente scomoda, dove è costretto a subire cosa accade, senza alcuna possibilità di sottrarsi. Non può tralasciare nulla di quello che osserva, perché il punto di vista è fortemente immersivo, in questo sta l’immensa originalità espressiva della scrittura dell’autore. Vivian Ley è riuscita a sottrarre la distanza della mediazione dell’ego dell’io dello scrittore: non c’è più cosa vede il demiurgo scrittore/autore ma c’è soltanto l’occhio indiscreto del lettore/pubblico, presenza costante e invadente nella scrittura di Vivian Ley. Il lettore è perennemente di fronte al personaggio, gli è così prossimo che può accarezzarne il volto, sentirne il profumo, toccarne i vestiti, udirne la voce, ascoltare persino i rumori dei suoi passi; a livello semiotico l’autore ha costruito per il lettore una posizione privilegiata dalla quale gli è possibile instaurare un rapporto di empatia diretta con i sentimenti di tutti i personaggi che appaiono innanzi a lui durante la magnetica lettura/visione delle storie narrate”.

Scritto da Ottavia Spllanzani

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